"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

24 giu 2015

I 10 MIGLIORI ALBUM GLAM METAL - ANTEPRIMA (III PARTE) Quelle Bambole hors catégorie...


Fare le “corse all’indietro” per individuare chi o che cosa sia stato il primo a creare determinate sonorità non è un esercizio particolarmente divertente. Né molto interessante.

Ma per esporre (finalmente!) la lista dei dieci album glam metal, e chiudere la relativa Anteprima, non credo si possa fare a meno di andare a parlare di quel genere, figlio degli anni settanta, che può essere considerato il “papà” musicale del Glam, vale a dire il Glam Rock. Questo perché, obiettivamente, i gruppi Glam degli anni ’80 si ispirarono direttamente ad esso, riprendendone le caratteristiche musicali e riproponendole con un sound più moderno e aggressivo. 

A cura di Morningrise

Si potrebbe parlare perciò, ma non è il nostro focus, dei principali esponenti di questa corrente nata in Inghilterra alla fine degli anni ’60 e che aveva in David Bowie e nei T-Rex di Marc Bolan i propri artisti di punta. Proprio l’ex modello, morto in un incidente stradale non ancora trentenne, fu il primo infatti a indossare sgargianti vestiti con lustrini, scialli piumati, improbabili cilindri inghirlandati e un make up vistoso. Caratteristiche che portavano inevitabilmente in secondo piano la musica, quasi a volerci dire che la sostanza di essa combaciava con la superficialità dell’immagine.

Negli Stati Uniti, al di là del c.d shock rock di Iggy Pop e dei Kiss, però ci fu un gruppo assolutamente straordinario, snobbato inizialmente dalla critica che, miope all’inverosimile, li definì una copia sbiadita dei Rolling Stones, ma che invece fu assolutamente seminale, sia musicalmente che esteticamente, per la nascita di tanto rock e metal del futuro. I New York Dolls.
Il loro omonimo album di debutto, pubblicato nel 1973, sarà rivalutato solo molto dopo dalla critica specializzata, tanto da entrare nella lista dei più importanti album di tutti i tempi stilata dalla rivista Rolling Stone.

Mi espongo subito: “NYD” è un capolavoro assoluto. Lo definisco tale perché, rimasticandolo, anche a distanza di molto tempo da un ascolto all’altro, rimane di una freschezza assoluta, di un’audacia concettuale raramente riscontrabile per quei tempi.
Il mix proposto è infatti davvero difficile da descrivere, dato che al suo interno, in un connubio quasi sacrilego e incestuoso, ci troviamo tanto blues, con l’utilizzo di pianoforte, tastiere, sintetizzatori; un rock rollingstoniano e ipervitaminizzato (sulla scia di quello che avevano fatto appena un paio di anni prima i “padrini” putativi delle Bambole newyorkesi, i Motor City 5) e un qualcosa che all’epoca non si definiva ancora, ma che di lì a quattro anni sarebbe scoppiato grazie a un paio di ragazzotti inglesi decisamente fuori di testa, certo Sid Vicious e certo Johnny “Rotten” Lydon, e un album, “Never mind the bollocks”, che qualche traccia nella storia della musica avrebbe lasciato…

Si, perché non c’è gruppo fondamentale in ambito punk/rock che non sia stato influenzato in qualche modo dai NYD, influenza che da questi gruppi sarebbe stata pienamente riconosciuta. Dai Kiss, che avrebbero debuttato l’anno successivo con il disco omonimo, ai contemporanei Aerosmith (anch’essi usciti nel ’73 con il self-titled album), per passare appunto ai seminali gruppi punk, Ramones, Pistols e Dead Kennedys in primis
Per arrivare poi sia ai “nostri” gruppi Glam metal anni ’80 che oltre, agli anni ’90, durante la prima metà dei quali una serie di formazioni di grandissimo successo commerciale (Green Day, Weezer, NO FX, The Offspring, Rancid, The Queers) riportarono in auge il punk rock a chiare tinte melodiche (una tipologia di sound già sperimentata dai NYD nelle celebri songs “Trash” e “Private world”, tanto semplici quanto trascinanti con i loro cori beat).

Insomma era già tutto lì, racchiuso in quel dischetto di 43 minuti scarsi.

L’album è pieno zeppo di anthem che faranno la storia del rock e del punk, a partire dall’opener “Personality crisis”, un inno rock-blues, la canzone sicuramente più famosa del combo, stracoverizzata negli anni successivi da decine di band, in cui tutta la verve e il carisma dei NYD, capitanata dall’istrionico David Johansen (fisicamente una versione meno “scimmiesca” di Mick Jagger e stilisticamente molto vicina al buon Mick, sia per le movenze sul palco che come timbro vocale) si esprime in tutta la sua sporcizia trascinante, accompagnata dal chitarrismo vario e fumante di Sylvain Sylvain, autore della prestazione anche al pianoforte. La canzone ti prende subito per le palle, ti acchiappa cuore e viscere, scuotendoti nel profondo. E’ solo l’inizio di un vortice pazzesco che non mollerà la presa fino all’ultimo secondo di musica.

Tutti i brani, ad eccezione della sola “Lonely planet boy” che spezza un po’ la furia del disco (e in cui fa bella mostra di sé una sezione di sax), sono duri e veloci, senza sosta, seppur vari nelle ritmiche. Si va da pezzi più mid tempo, ma carichi comunque di energia e potenza (“Looking for a Kiss” o la cover in acido di “Pills” del guru di Chicago del Rock n’ Blues degli anni ‘50 e ’60, Bo Diddley) a vere e proprio bordate proto-metal (“Frankenstein”, “Subway train” e la mastodontica conclusiva “Jet boy”).
Menzione doverosa per la strepitosa “Vietnamese Baby”, unico brano scritto interamente da Johansen, con le chitarre sporche al limite del grunge (ma quasi vent’anni prima) e per “Bad girl” forse il pezzo più duro del lotto e con maggiori accenni a quel punk ancora a venire.

Se a questo mélange sonoro davvero unico ed esplosivo, condito da un’aura sempre avvertibile di auto-ironia e da un mood volutamente ludico, unite l’immagine androgina e spiccatamente glam con gli immancabili stivali dai tacchi altissimi, le capigliature stra-cotonate e il trucco pesante, si capirà da dove proviene tutta la genie di gruppi glam metal degli anni ottanta. 
La copertina del disco è programmatica ed emblematica, con tutti quegli ammiccamenti, quegli sguardi lascivi, quelle pose sexy, con un rossetto che lascia una scia rosso-sangue dopo aver vergato il nome della band. Stilemi estetici che verranno ripresi anche negli anni ottanta (basti pensare, ad esempio, alla cover di “Look what the cat dragged in” dei Poison). 
E’ per tutti questi elementi che mi verrebbe da dire che il Glam metal sta a “New York Dolls” come il fiume Po sta al Monviso! Un album enorme, per utilizzare un termine ciclistico, hors catégorie, “fuori categoria”. Nel nostro caso, fuori classifica

Incomprensibilmente (o forse no?? Erano troppo avanti, probabilmente…), rispetto ai principali gruppi Glam metal del futuro, i NYD non ebbero lo stesso successo. Anzi. Nel breve volgere di un paio di anni la band, dopo il buon “Too Much Too Soon” (secondo album dal profetico titolo…) e il live “Red patent leather” si sciolse nel 1977, lasciando quasi simbolicamente il testimone alla nascita del punk e agli esordi col botto, in quell’anno come detto, dei Sex Pistols e dei The Clash.

Puntualizzato quindi da dove arriva il Glam Metal, possiamo ritornare dieci anni più avanti, a quel 1983 che abbiamo preso come punto di inizio della nostra analisi.