"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

01 lug 2015

JESU: LA RIVOLUZIONE PERMANENTE DEL CHE GUEVARA DEL POST-METAL




I MIGLIORI DIECI ALBUM DEL “NUOVO METAL”
6° CLASSIFICATO: “CONQUEROR”

Eccoci finalmente al giro di boa: campione del girone d'andata di questa nostraclassifica è niente meno che Justin Broadrick, che sicuramente merita un posto d'onore fra i padri luminari del post-metal.

Justin Broadrick non ha certo bisogno di presentazioni: protagonista, nel corso degli anni ottanta, della rivoluzione grindcore, diverrà nel tempo uno dei più grandi sperimentatori del mondo metal. Partì militando, in qualità di chitarrista, nella formazione originaria dei Napalm Death: il suo nome campeggiava niente meno che nei crediti del lato A di “Scum”. Mica cazzi.


Non pago di aver contribuito a stravolgere il concetto di estremo con i Napalm Death, un po' come il Che (il quale, una volta liberata Cuba, corse a dare una mano prima in Congo, poi in Bolivia), Broadrick sposterà il suo impegno su altri fronti dell’estremismo musicale.

Guerriglie (vere o musicali) a parte, abbandonare il grind rimane una scelta pressoché obbligata per chiunque sia dotato di intelletto. Non è un caso che più o meno tutti i grandi senatori del grind abbiano nel tempo affrontato nuove sfide: da un lato Nick Bullen e Mick Harris (rispettivamente voce/basso e batteria in “Scum”) sposeranno la causa industriale fondando gli Scorn (a proposito di Harris, massimo teorico del grind, vanno comunque citate le collaborazioni con John Zorn, alfiere dell'avanguardia jazzistica più oltranzista). Dall'altro, Lee Dorrian e Bill Steer (l'uno la voce, l'altro la chitarra dei Napalm Death nel lato B di “Scum” e nel parto successivo “From Enslavement to Obliteration”) confluiranno rispettivamente nel doom settantiano dei Cathedral (il primo) e nel death iper-tecnico dei Carcass (il secondo).

Del resto, il grind, in quanto estremizzazione definitiva del metal, è un genere che nasce già “puro” e per questo non ammette evoluzioni: semplicemente perché “più-in-là” non si può andare. Evolvere, nel grind, significa uscire direttamente dal genere (niente sfumature, o bianco o nero, o dentro o fuori): un po' di melodia? Rallenti leggermente? Inserisci timidi accenni di contaminazione? Allora non sei più grind! E non è una questione di chiusura mentale-culturale (come accade nel metal classico fra defender e poser), bensì di caratteristiche intrinseche agli stilemi musicali. Nel tempo si avvicenderanno (contornate dalla merda più completa, questo va detto) band estremamente valide che manterranno vivo il genere: si creeranno sotto-filoni (principalmente distinti per le aree tematiche affrontate, come il porno-grind), ma nella sua forma classica e pura, il grind inizia e finisce con i due primi album dei Napalm Death: con il primo si inventò lo stile, con il secondo si affermò il genere (poiché un genere esiste nel momento in cui la formula diviene replicabile). Paradossalmente vivere nel grind significa essere, nel peggiore dei casi, ottusi; nel migliore, dei geni assoluti, ma eeenormemente rigorosi. Non è un luogo per chi ha ampie vedute o voglia di sperimentare: chi ebbe il guizzo di inventare il grind, presto si stancò di picchiare alla velocità della luce e sbraitare versi incomprensibili.  

Chiarita l'inattaccabile ortodossia concettuale e formale del grind, nell'industrial-metal possiamo vedere una fisiologica, o per lo meno coerente, via d'uscita. Dietro agli insegnamenti di luminari quali Swans e Killing Joke, il movimento ebbe una certa fortuna all'inizio della decade novantiana (culla delle sperimentazione per il metal). E sicuramente Broadrick fu uno dei suoi protagonisti (del resto aveva corteggiato il mondo industriale fin dagli albori della sua carriera con il progetto Final). Da un lato trovò il modo di dare una mano agli ex colleghi Bullen e Harris, prestando la sua fumante chitarra agli Scorn (la sua partecipazione è legata solamente al debutto “Vae Solis”, del 1992, che a mio avviso rimane il loro capolavoro insuperato). Dall'altro si concentrerà sulla sua creatura principale, i Godflesh (progetto a due, diviso con il bassista G. Christian Green), sorta di espansione ossessiva e “psichedelica” dei suoi Napalm Death, “meccanizzati” per mezzo di programming e drum-machine: un'esperienza che, a fase alterne, si trascinerà fino ai nostri giorni (la reunion della band si è consumata lo scorso anno, dopo un decennio di ibernazione). I primi album della band, “Streetcleaner” (1989) e “Pure”(1992)  rimangono ad oggi pietre miliari del genere.

Con un curricum vitae del genere, uno poteva anche stare tranquillo e vivere di rendita per il resto della vita. Ma non è il caso di Broadrick, che evidentemente è per la rivoluzione permanente e nel 2003 fonda un nuovo gruppo, i Jesu, la sua terza incarnazione (non considerando ovviamente una miriade di progetti secondari). Ma contrariamente a Che Guevara, il musicista inglese non troverà la morte in Bolivia, ma vivrà ripetutamente il successo artistico della sua Cuba. Una vita, la sua, all'insegna del deragliamento musicale: sempre ai margini dei generi, pur suonando innegabilmente pesante e senza perdere il gusto per il brivido elettrico, il suo approccio si volgerà perennemente alla contaminazione. Sorta di Jimi Hendrix della distorsione e della dissonanza, Broadrick è il vero profeta del post-metal. E riff mutevoli, fischi e feedback sono il suo verbo.

Se i Godflesh furono un'evoluzione del grind dei Napalm Death, i Jesu costituiscono il successivo gradino evolutivo. Ma se prima si passò dalla furia bestiale dei Napalm alla disumanità dell'inferno industriale descritto dai Godflesh, con i Jesu il nostro guerrigliero sembra volersi riappropriare di un'umanità che in verità non ha mai trovato molto spazio nella sua visione artistica. Se il primo passaggio (Napalm Death > Godflesh) comportò uno sviluppo stilistico effettuato mediante una maggiore complessità del sound, nel secondo (Godflesh > Jesu) si ha un ritorno indietro, all’essenza, ma una fermata prima della bestialità: l’umanità. Ritorno dunque ad un sound elementare, ma dal grande impatto emotivo. Stilisticamente parlando, Jesu è una sorta di cantautorato post-metal che riesce a coniugare la pesantezza del metal con la struggente emotività del dark e dello shoegaze.

Apro a questo punto una parentesi sullo shoegaze: non facciamo i finti intenditori, fino a qualche anno fa il metallaro medio pensava che lo shoegaze fosse una marca di dentifricio. Esso è invece un sotto-genere dell'alternative-rock che prevede l’impiego massiccio di effetti di chitarra, feedback e distorsioni, su cui si vanno ad innestare vocalità spesso eteree e malinconiche. Sebbene il genere abbia vissuto i suoi fasti nel corso degli anni novanta, l’etichetta ha iniziato a circolare nei nostri ambienti sul finire degli anni zero, grazie ai francesi Alcest, che nel 2007 si resero responsabili di una delle più belle e significative uscite in campo black. Parlo di quel “Souvenirs d'un Autre Monde” che, osando accostare Burzum ed Ulver allo spleen malinconico e sognante di band come My Bloody Valentine e Slowdive, aprirono un nuovo varco nell'universo metal che verrà poi battezzato blackgaze. A ben vedere, una bella idea, visto che la rarefazione sonora e l'impeto introspettivo del black metal si sposavano perfettamente alla stupenda cacofonia delle band sopracitate.

Ma quella è un'altra storia (un’altra bella storia del Nuovo Metal, che però non abbiamo tempo di trattare). Torniamo dunque a bomba sui nostri Jesu, che furono proprio i primi ad intuire le potenzialità dello shoegaze applicato all’heavy metal. Il fatto è che all'epoca (il debutto dei Jesu risale al 2005) si parlava al massimo di post-metal (grazie all’accostamento con gli Isis, i cui concerti venivano aperti umilmente dalla band del veterano Broadrick), o di drone-metal (visto che i Sunn O))) in quegli anni dettavano legge in materia). La portata rivoluzionaria dell'operazione non fu dunque inizialmente colta, ma nel lasso di pochi anni i Jesu divennero un importante punto di riferimento nel panorama post-metallico, guadagnando la stima di critica e fan, in particolare di quelli appartenenti alle nuove generazioni, sempre più aperte alla contaminazione in direzione alternative o hardcore.

 Conqueror”, secondo full-lenght della band uscito nel 2007, ripulisce la sporcizia dell’omonimo debutto di due anni prima, presentandosi come un prodotto più maturo e qualitativamente superiore. Forse si perde qualcosa per la strada, in termini di spontaneità ed urgenza comunicativa: le chitarre iper-distorte, gli accordi prolungati come nella migliore tradizione doom, il tripudio di effetti riversati sulle ritmiche scarne e nel mezzo la voce imperfetta di Broadrick, consacrato definitivamente alla dimensione della pulizia vocale, erano stati una carezza con le fattezze di uno schiaffo.  Non tutti i conti tornavano, ma oramai il metal si era troppo evoluto per stare a sindacare su una stecca o qualche nota storta di troppo: il metallaro aveva bisogno di emozioni. E Broadrick gliele dava. A palate.

Il debutto fu emozioni-allo-stato-puro (si vada a riascoltare “Friends Are Evil”), un'opera dalla forza immane che portava con sé la schiettezza del miglior cantautorato. E proprio di cantautorato è lecito parlare, in quanto tutto (o quasi) grava sulle forti spalle di Broadrick, impegnato dietro al microfono, ovviamente alla sei corde e persino al programming. Sebbene i Jesu figurino come una band a tutti gli effetti, il basso di Diarmuid Dalton è praticamente inesistente e la batteria del buon Ted Parsons (batterista comunque onesto) fa il minimo indispensabile, entrambi completamente schiacciati dalle immani distorsioni/visioni delle chitarre del mastermind.

In “Conqueror” troviamo tutto questo in una forma forse più “borghese”, ma anche più accettabile per le nostre orecchie, con dei suoni più levigati ed arrangiamenti maggiormente curati, sfiorando qua e là i lidi del “pop” (mi si perdoni il termine). La stessa lunghezza dei brani viene a ridimensionarsi: contro i settanta e passa minuti delle otto canzoni del debutto, troviamo l'oretta scarsa dei nuovi otto. Non che si ritorni ai minutaggi dei Napalm, la musica dei Jesu procede senza fretta e richiede il suo tempo per svilupparsi, fra ipnosi elettrificata e granitici crescendo: cinque brani supereranno  i sette minuti, ed uno, il più bello (“Weightless & Horizontal”) si spingerà addirittura oltre i dieci.    

Se il debutto era stato catrame, “Conqueror” al confronto è miele, ed è strano affermare ciò riferendoci a colui che aveva suonato la chitarra in “Scum”. In “Conqueror” finalmente tutto torna:  le armonizzazioni, la voce monotona di Broadrick, che cantante non è, ma che in questo album sa essere dolce ed incoraggiante. Tutta la musica è incoraggiante. Ecco, il termine che mi sento oggi di spendere per i Jesu di “Conqueror” è: incoraggiante. Non nel senso di certe band dedite al power o all'epic metal, che mi incoraggiano veramente poco, un po' perché non mi riconosco nel mito del condottiero. La musica dei Jesu è invece quell'evasione struggente ed aderente al Reale che appartiene fino ad un certo punto al metal (che spesso ama rifugiarsi in mondi inesistenti) e che è più vicina, semmai, alla sensibilità dell'indie-rock, sospesa fra sogno fanciullesco e nevrosi del Quotidiano. Un'emotività trasognata che è al tempo stesso sguardo malinconico verso un mondo percepito come “sbagliato” (probabilmente il quadretto industriale ritratto in copertina), fuga onirica ed invito a “resistere”.

Musicalmente questo si traduce in chitarre pesantissime che, invece di trascinare l'ascoltatore nel fondo degli abissi, acquisiscono un carattere aereo, probabilmente grazie alla stratificazione dei suoni luminosi e levitanti (sempre più raffinati) ed agli arpeggi che ricordano gli album della maturità dei Cure (“Disintegration”, “Wish”). A bilanciare qualche inevitabile passaggio prolisso, troviamo soluzioni interessanti, come per esempio l'impiego di certe armonie maidiane che, spalmate sullo scorrere impetuoso degli imponenti accordi di chitarra, donano al tutto un bel gusto epico che non rinveniamo nei tipici gruppi dark/shoegaze. Gli effetti, infine, confluiscono in un flusso di suoni che è bello assaporare con gli occhi chiusi, sdraiati, nel completo abbandono al potere immaginifico di queste splendide note, che ci trasportano in un inarrestabile moto di ascesa.

Si era partiti con la politica e chiudiamo con la religione (che poi, in molti casi, sono la stessa cosa) e parafrasando il grande Giovanni Lindo Ferretti di “Punk Islam” (CCCP, 1985) vi dico:

Il Post-Metal è grande e Justin Broadrick è il suo profeta!