"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

27 giu 2016

BREXIT: GRAN BRETAGNA FUORI DAL METAL!



E così alla fine, picchia e mena, ce l'hanno fatta gli inglesi ad uscire dall'Europa. Sì, gli inglesi, perché sono stati proprio gli inglesi d'Inghilterra i promotori ed esecutori primi della Brexit, con un piccolo aiuto da parte del Galles, e con una Scozia, invece, favorevole al Remain. Ma è la caduta dell'Europa che osserviamo inesorabile, sia di quella struttura burocratica malvista da molti e che viene indicata come la “causa prima” dei mali di una crisi economica che investe da diversi anni il mondo occidentale, sia di quell'universo culturale che per così tanto tempo è stato al centro della Storia dell'Umanità: un'area dunque destinata alla frammentazione, singoli staterelli schiacciati dalle superpotenze americane ed asiatiche.

Chissà dunque se il destino del vecchio continente sarà quello di divenire un museo "a cielo aperto" appannaggio di ricchi e facoltosi provenienti da tutto il mondo (visto che la vera economia si farà altrove), o quello di rigenerarsi attraverso i singoli nazionalismi. Non sta a Metal Mirror impelagarsi in faccende ignote persino agli analisti più accreditati, ci limiteremo pertanto a tessere un canto metallico ad un'Inghilterra e ad una Europa che si avviano zoppicando verso una nuova, incerta, imprevedibile fase storica.

L'Inghilterra, la culla dell'heavy metal. Il rock, più o meno duro, ha da sempre trovato un terreno fertile laddove sono nati Beatles e Rolling Stones, Led Zeppelin e Deep Purple, King Crimson e Black Sabbath, Queen, Hawkwind e Mororhead. Una coincidenza? Un periodo fortunato? Macché, l'Inghilterra ha continuato a prevalere, distinguendosi anche in campo metal, tanto che una delle correnti più importanti di questo genere portava impressa in fronte la dicitura di New Wave of British Heavy Metal. E così il metallo, pur continuando a confrontarsi con le vecchie glorie del rock e del progressive, progredirà per mezzo prima di Judas Priest e poi di Iron Maiden, magari con un piccolo aiuto da parte del neonato (ma anche neomorto) punk.

Gli Iron Maiden: può esistere un'entità più inglese di loro? Dopo la Regina vengono proprio loro, con il loro Eddie che impugna la bandiera dell'Union Jack e con Steve Harris che indossa la maglietta e i polsini del West Ham United. In questa band ritroviamo la vera natura di chi ha votato Leave al cruciale referendum del 23 giugno scorso: l'orgoglio di essere inglesi, di proclamarlo ad ogni piè sospinto, con quella compostezza e quella stessa intelligenza pratica e cauta che ha portato, nel corso del diciassettesimo secolo, allo svuotamento dell'istituzione monarchica mantenendola in vita (la cosiddetta monarchia costituzionale), senza spargimenti di sangue né caustiche rivoluzioni. Anche gli Iron hanno seguito un tracciato simile, definendo un “loro modo di fare metal” che sarebbe divenuto uno standard, presto diffuso in tutto il resto del globo (potremmo parlare di "colonizzazione stilistica"). Ciò avvenne attraverso la reiterazione di una formula inizialmente vincente, replicata ogni volta con piccole variazioni che non l'hanno mai intaccata (modus operandi che è stato esteso a tutti gli altri ambiti dell’universo maidiano: dalle copertine degli album con Eddie in situazioni e ruoli sempre diversi, ai sontuosi spettacoli architettati per i trionfali tour, con scenografie e dinamiche aderenti allo stesso canovaccio).

Spero solo che la materia di cui son fatti oggi gli inglesi non sia quella degli Iron degli ultimi venticinque anni, perché allora l'Inghilterra andrebbe veramente poco lontano (il fatto poi che il fronte contro l’Europa fosse ben nutrito di anziani e pensionati, getta qualche ombra sull'effettive chance di successo della Brexit). Ma al di là dei vecchi bolliti, sono gli inglesi in generale ad essere degli snob: pensiamo per esempio a quando inizialmente si rifiutarono di partecipare ai Mondiali di Calcio in quanto "superiori" (coloro che inventarono il gioco del pallone…), per poi però essere battuti ed umiliati ripetutamente e vincere una sola volta, per giunta in casa...

Ma torniamo alla musica. L'Inghilterra avrebbe potuto fermarsi anche a tutto ciò che aveva combinato fino agli Iron e rimanere il paese più importante del metal. Ed invece ecco che a cavallo fra ottanta e novanta si fa promotrice della rivoluzione grind con i Napalm Death e poi, subito di seguito, con il death metal putrescente dei Carcass, lo stra-doom visionario dei Cathedral e l'industrial-metal di Godflesh e Scorn (tutte diramazioni delle formazioni originarie dei Napalm): è la working class incazzata e senza peli sulla lingua, ma anche il riemergere di quel'importante retaggio punk che nel 1977 esplose proprio in Inghilterra con i Sex Pistols (ma quante cose ci avrà dato la terra di Albione???).

Dal punk sguaiato dei Sex Pistols al post-punk oscuro dei Joy Division il passo è breve e ci ricorda che l'Inghilterra non è solo la capitale della rivoluzione industriale e la culla del capitalismo (con tutte le sue nefandezze!), ma anche la terra che ha dato i natali a poeti romantici come Blake e Byron: ecco che, con il procedere degli anni novanta, anche questo lato più gotico e decadente dell'Inghilterra prese forma nel metal. Assistemmo così da un lato al fiorire del gothic-doom della triade Paradise Lost-My Dying Bride-Anathema (un nuovo approccio al metal che nel corso della decade dilagherà per tutta l'Europa), dall'altro all'affermarsi del black metal sinfonico con i Cradle of Filth a fare da capoclasse. Ridendo e scherzando (o meglio, piangendo e strillando) siamo arrivati alla seconda metà degli anni novanta e l'Inghilterra, potremmo dire, tiene botta. (Nel frattempo, a livello di mainstream, folleggiavano i vari Oasis e Blur, portabandiera del redivivo brit-pop di beatlesiana/kinksiana memoria, mentre erano pronti per esplodere quei Radiohead che avrebbero rivoluzionato ancora una volta il mondo del rock, gettando semi che avrebbero dato i loro frutti negli anni zero.)

Tornando al rassicurante Regno del Metallo, come già detto e stradetto nella nostra disamina sul "Nuovo Metal", quell'approccio pragmatico che aveva da sempre animato le gagliarde formazioni inglesi, smise di funzionare con l'avvento del terzo millennio. Lo abbiamo anche ricordato di recente parlando degli Slipknot: nel vecchio metal avevamo messo in conto la noia, quelle parti di canzoni o di album che dovevamo sopportare, ma che davamo anche per scontate, come se ci dovessero per forza essere. Ma poi il mondo ha detto “basta!” e ha preferito dirigersi verso sonorità meno schematiche, meno razionali, meno prevedibili. In questo l'Inghilterra perse quotazioni. Un po' meglio è andata ai paesi scandinavi, che godevano di una vera individualità: non quella gretta dell'isolano né quella parassitaria dei paesi colonizzatori, bensì quella che si forgia in una dimensione fatta di fiordi, di gelo, di montagne, di foreste e di poche, pochissime persone sperse in paesaggi ostici ed inospitali (perché il black metal non è nato a Genova?).

Tuttavia tutto quel che di buono era stato predisposto nel corso degli anni novanta, iniziò a sbiadire innanzi alla freschezza portata dai nuovi "colossi" di Oltre Oceano: il melo-death dopo un pugno di album epocali iniziò a perdere mordente, il gothic-metal si recò dalle parti di uno scialbo rock-goth dalle mal celate ambizioni da alta classifica; il true black metal norvegese perse la sua spinta innovatrice e si divise fra chi decise di guardarsi indietro (recuperando le influenze dei vecchi Venom, Bathory, Hellhammer, Destruction, Sodom e persino Motorhead) e chi optò per uscire dal metal, se non addirittura dal rock (vedi il caso degli Ulver). Solo Opeth e Katatonia riusciranno a mantenere i riflettori ben orientati sui loro volti, sospinti dal movimento neo-progressive in inesorabile ascesa. E in questo, c'è da ammettere, un ruolo di spicco è stato ricoperto ancora una volta da un inglese, Steven Wilson, sia in veste di leader dei Porcupine Tree, che come solista e produttore. Già pochi giorni fa, parlando di neo-progressive, abbiamo celebrato proprio un gruppo londinese, gli Haken, in cui abbiamo individuato una possibile soluzione per il disorientamento che sta vivendo il metal, a dimostrazione di come l'Inghilterra sia ancora capace di avere voce in capitolo. Ma anzitutto c’è da dire che parliamo di Londra e non di Inghilterra (che è un'altra cosa), e poi c’è da ammettere che i nostri discorsi sono da intellettuali, scollegati dalla realtà, perché un gruppo pur valido come gli Haken non potrà mai ambire a raccogliere il testimone lanciato dall'altro lato dell'oceano: dal classico prog metal dei Dream Theater (quelli che ad oggi rimangono gli artisti più popolari del metal: gli ultimi veri classici dopo le glorie degli anni ottanta) alle oscure elucubrazioni dei Tool (fra post-metal e progressive: indubbiamente la band più importante del nostro genere), dai Neurosis e il post-hardcore agli Isis e il post-metal, dagli Agalloch, Wolves in the Throne Room e l'U.S. Black metal alla catarsi definitiva dei Sunn O))).

Non è solo una questione di gruppi: è l'attitudine a fare la differenza. All'Europa rimane la classe, il vantaggio di avere la storia dalla propria parte, ma il mondo di oggi è veloce, brutale, in continuo cambiamento: nelle megalopoli infinite di America ed Asia si consumano compulsivamente finti cappuccini in sintetici contenitori "take away", perché non c'è tempo per il tè delle cinque. Mentre i giovani under 24 (che la crisi e le criticità dei nostri tempi le conoscono bene) stanno in questi giorni raccogliendo le firme per un nuovo referendum per rientrare a breve in Europa, e Scozia e Londra (i centri "vivi" della Gran Bretagna) stanno preparando il terreno per l'indipendenza, la “zattera Inghilterra” si accinge ad affrontare questi mari tempestosi solcati dai transatlantici e le portaerei delle economie asiatiche ed americane: vecchi ed impauriti che si sentono sulla cima del mondo, un po' come le pulci sulla testa…